"Il Vascello" per parlare di tutto ciò che ci coinvolge



Quel che comb(r)ina il freddo- ovvero, la cornice ideale per avere i piedi sotto al tavolo, cioè i pée sóta 'l tàaol. La foto è di Cesare Castellani

La Cantina Valdadige un esempio vincente


Rinnovato il  Consiglio di Amministrazione della CantinaValdadige di Rivalta (comune di Brentino Belluno, Verona), con decisione unanime. Virgilio Asileppi è stato rieletto per la seconda volta presidente;  ridotto a undici il numero dei  consiglieri, risultano confermati Sergio Albrigo, Virgilio Asileppi, Luca Azzetti, Alida Berti, Ilvo Bridi, Mario Camparsi, Ivan Castelletti, Alberto Gelmetti, Giovanni Magagnotti, Osvaldo Pietropoli e Fiorenzo Raineri. “La continuità di presidenza e consiglio sono un unanime riconoscimento da parte dei soci per l’intensa attività svolta dagli organismi negli ultimi tre anni, che ha rinnovato fisionomia, strategie e strutture della Cantina – spiega il presidente Asileppi – Abbiamo introdotto i più moderni sistemi di lavorazione delle uve e di conservazione del mosto e del vino (tecnologia del freddo, conservazione sotto azoto), una linea di imbottigliamento all’avanguardia, locali per l’affinamento dei vini con una bottaia di grande suggestione; sala degustazione e sala convegni. L’ammodernamento del packaging si accompagna all’estensione delle tipologie, mentre si conferma l’ottimo rapporto qualità-prezzo delle bottiglie. Inaugurati lo scorso luglio Welcome point e Wine bar per la clientela locale e di passaggio, degustatori e turisti; i nuovi locali sono attrezzati per accogliere gruppi. Completa l’offerta turistica un museo della cultura materiale della Valdadige, fornito di antichi strumenti per la vinificazione, donati dagli stessi soci della Cantina”.

I risultati e le soddisfazioni sono confermati e riconosciuti a livello nazionale e internazionale. “A riprova del dinamismo e della qualità stanno i riconoscimenti ottenuti nel 2005 –prosegue il presidente- Al 1° Concorso Internazionale del Pinot Grigio, svoltosi a Belluno Brentino dal 30 giugno al 2 luglio, ha vinto l’oro con il Valdadige Suavitas DOC 2004 e due argenti con l’IGT Vallagarina Suavitas e il Valdadige Terradeiforti Ramato DOC, entrambi del 2004. Oro alla  Rassegna dei Müller Thurgau dell’Arco Alpino ( Müller Thurgau IGT Vallagarina); argento al concorso 'Emozione dal Mondo' ( Bergamo,   23 e 24 novembre 2005) attribuita a Mansio Servasa annata 2002, formato dai vini Cabernet e Merlot. Due i vini inclusi nella classifica d’eccellenza di Verona Wine Top: Valdadige Doc Enantio 2003, Valdadige Doc Chardonnay 2003”.

Completano il profilo della Cantina questi dati: 200 soci;  60.000 hl di vino commercializzati in Italia e all’estero e una liquidazione media ai soci pari a 67 € per quintale di uva conferito.


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In una posizione centralissima spicca il richiamo alla città del Torrazzo

A Parigi il carisma e la bontà gastronomica di Cremona, ma... senza il torrone e la mostarda


La storia non del tutto chiarita di una presenza che risale almeno agli anni Trenta del Novecento ed un invito: perché una missione cremonese (gli Amici della Cucina?) non si reca a visitarlo per tentare di farne una roccaforte del buon gusto cremonese, oltre che italiano? Anche la Camera di Commercio può interessarsi




di Sandro Rizzi


PARIGI - “A la ville de Crémone...”. Un negozio di alimentari italiani con il nome di Cremona nell'insegna. Si può esser vissuti anni a Parigi e fare l'incontro-scoperta soltanto la vigilia dello scorso Natale... Siamo nella sinuosa Rue du Bac, al numero 76, nel punto in cui dal boulevard Saint-Germain si stacca il boulevard Raspail. Quartiere elegante della Rive Gauche.
“Ma chi c'è di cremonese?”... “Nessuno e non abbiamo prodotti cremonesi - risponde, sorpresa, la cassiera al giornalista cremonese -. Il negozio si chiamava già così, quando è stato ceduto una trentina d'anni fa da Monsieur Baucia...”.
Per fortuna Internet rivela un Baucia sull'elenco del telefono di Cremona. Ma per sapere il resto della storia bisogna attendere la fine delle feste. Ebbene, il signor Daniel Baucia, italo-francese, è il nipote di quel Baucia, Luigi, che fu proprietario della gastronomia per una trentina d'anni. Una famiglia, numerosa, originaria di Alessandria che emigrò in Francia dopo la Seconda guerra mondiale e si dedicò al commercio di generi alimentari con diversi negozi (il padre del signor Daniel, Giuseppe, ne aveva uno in Rue du Faubourg-St.Honoré, riva destra).
“Ma quello dello zio - ricorda Daniel, che è stato dirigente di aziende di elettrodomestici e a Cremona è approdato un po' per caso - esisteva, con quel nome, dalla fine degli anni Trenta. Zio Luigi lo aveva preso dalla signora Zucca: forse mia madre,lucidissima novantenne che vive a Parigi, ne sa di più. Glielo chiederò”.
La prossima puntata è quindi legata ai ricordi della signora Baucia. Il cronista cremonese suggerisce per ora un gemellaggio di qualche gastronomo cremonese con “A la ville de Crémone” perché accanto alla pasta De Cecco arrivino almeno cotechini, torrone e mostarda cremonesi doc.
Sandro Rizzi





Cotechino vaniglia, detto vaniglia

(Se ci fosse davvero la vaniglia, lo servirei con polenta e cipria)

di Lilluccio Bartoli

 Mi si chiede di trovare un cotechino vaniglia. L'ho trovato solo su certi testi, dove si legge di cotechini alla vaniglia (?) prodotti da ristoratori a cui la fantasia non difetta. Uno sarebbe a Villastrada, nel mantovano (diocesanamente cremonese per questioni di confini liquidi: vedi fiumi Oglio - Po, affluente Lambrusco) dove appaiono cotechini che,fedifragamente, vengono impropriamente - questione di metri - denonimati cotechini cremonesi.
Nel Varesotto, l'accezione cotechino vaniglia è addirittura castrata, espuntando proprio l'oggetto raramente presente nelle diete e - per effetto traslato - si parla, non di cotechino vaniglia, ma di vaniglia, tout-court, intendendo per vaniglia il colesteroloso insaccato.


C'è chi lo intende, invece, come un aroma del salume fantasiosamente colto da un accademico colto.
Gli accademici sono quel genere di buontemponi, un vero coacervo di manducatori con ineludibile attrazione al mangiare a sbafo (madonna, chissà al ristorante di Montecitorio!) ai quali appartiene il Nostro, il quale ha ritenuto di cogliere (da qui coglione) tra gli effluvi di un fumante e poco islamico (allah faccia di Maometto) cotechino, il sentore di vaniglia.  Abitualmente non capisce un' acca (da qui accademico).
Il soggetto appartiene al genere che ha scoperto la cucina nostrana chiamandola “del territorio”. I sapori autentici li gradisce solo se hanno l'imprimatur del biologico, integrato, biodinamico, ecocompatibile, autoctono. L'insieme si realizza, si uniforma - per me appiattendosi - nei vari formaggi caprini che ormai tutti fanno e che gabellano come riscoperta, aromatizzandoli con fantasie di erbe, foglie di noci, vinacce, ceneri di ginepro e chi più ne ha più si faccia gabellare.
In quest'aura, egli chiama dadolata lo spezzatino, inverte l'insalata di frutta con la macedonia di verdure, cambia il nome ai tortelli trasformandoli in fagottini, bauletti, scrigni, caramelle, sfoglie ripiene e scopre che un vedovo da vent'anni è single.
Torniamo al cotechino vaniglia.
La vaniglia non è presente all'appello degli ingredienti, menuno, mendue, mentre la fantasia e una certa propensione all'obnubilamento etilico è presente nel pirla che ha dato inizio a questa diceria: secondo l'improbabile parere di questo anonimo avvinazzato, le cui sinapsi non si rivolgono la parola, il suo profumo richiamerebbe
- repeat, please: r-i-c-h-i-a-m-e-r-e-b-b-e -
il delicato aroma esotico della vaniglia.
Dunque cotechino vaniglia è solo un modo di chiamare il beneamato e la costosa spezia oltreoceanica non c'entra un baccello, unica cosa in comune con la vaniglia.
Il cotechino vaniglia si può trovare da Saronni in C.so Mazzini a Cremona. Interpellato, il Saronni ha puntualmente perorato questa mia spiegazione, aggiungendo che la vaniglia non entra affatto negli ingredienti, e che la preparazione del cotechino vaniglia differisce dal classico cotechino per un equilibrio diverso del macinato e per la stagionatura inesistente.
Anni fa, stufo di sentirmi menzionare 'sta cosa che ritengo una vera fesseria, indagando approfonditamente, approdai alla Crepa di Isola Dovarese dove Riccardo Malinverno (ma il nome è ufficialmente Franco, un po' come dire Silvio e $i£viooo.ooo.ooo) mi mostrò un articolo dove quel che ho detto era chiarito in maniera esaustiva.
Un noto porcaro franzoso, tale Monsieur Suin De la Scrofe, in pieno decadimento gotico (da cui gotechino) inventò questo nome per risollevare le sorti delle sue finanze e ritornare in auge presso i potenti dell’epoca, tra i quali il clero, che iniziò subito a dare lezioni di cotechismo.
La sua ricetta ebbe una evoluzione nel Centocin (fine quattrocento inizio cinquecento) quando, per opera dell’ irlandese MisterPorkett Hall ‘O Spyed, si alimentarono i suini con prodotti scaduti della Nestlè, utilizzando bastimenti carichi di budini alla vaniglia predati durante il trasporto alla discarica di Montecitorio, dove insaziabili fiere se li contendevano con manovre estranee alla legalità.
Una partita di questi suini (non quelli di Montecitorio) finì in Germania, dove Herr Sgriffen Von Zampon und Lentikkien riconvertì la produzione di cotechini in biscotti alla vaniglia facendoli essicare. Dopo averli lanciati sul mercato come ciccioli vaniglinati, si rese conto che il suo intento era stato vanificato, anzi vaniglificato, dalla risposta della clientela (non ancora sufficientemente decerebrata dalla pubblicità) e li rimise in commercio come frollini, ottenendo uno strepitoso successo. Ne effigiò la confezione con il sorridente ritratto di un signore con scarso cuoio capelluto, avuto, per rogatoria, da un pittore di Harkore.
Essendo nato prevalentemente a Cremona ed avendo visto ma(n)gicamente trasformare in cotechini una dozzina di dozzine di porcelli, non ho mai visto, nè sentito parlare dagli addetti ai lavori, di cotechino vaniglia.
Evidentemente, uno degli inurbati sedicenti gastronomi summenzionati, nei confronti del quale la mia stima è tra la cera e il pavimento, ha ben pensato di poetizzare una sua emozione dovuta - io ritengo - ad una biondazza sventolona.

Fine.

Dessert? Gelato vaniglia al cotechino; nel cono di polenta, grazie.

P.S. - Si ringraziano, per la stesura del testo, i dottori che non sapendo una sega del cotechino vaniglia, l’hanno fatto proprio con la vaniglia, come se la mozzarella in carrozza fosse una mozzarella trainata da un equino, o asini!


La pagina è aggiornata alle ore 22:18:08 di Lun, 16 gen 2006




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